Sul cinema Italiano attuale…

Nutro un profonde e risentito odio verso il falso cinema d’autore italiano degli ultimi anni.

Costruito con una sorta di nichilismo programmatico e idiota che non vuole risparmiare niente e nessuno. Tutto deve essere triste, grigio, piccolo-piccolo, non cipiù spazio per la speranza o per i grandi temi. Anzi, più il racconto indugerà su particolari raccapriccianti e disgustosi, più i critici approveranno in massa.

L’Italia è sempre un paese grigio e triste, decadente, inquadrato in metropoli fatiscenti, neanche fosse un paese dell’Est Europeo.

In questo questo grigio e triste paese ex-sovietico si muovono 1) famiglie sfasciate, poichè ovviamente la famiglia è sempre e comunque una gabbia, una costrizione sociale 2) padri pedofili e stupratori: sempre per il motivo di sopra, ma in chiave più turpe 3) madri/padri che si scoprono omosessuali a 40 anni, un tema che dopo Almodòvar e I segreti di Brokeback Mountain fa molti “cool” e “in” quindi sistematicamente ripreso e banalizzato 5) ragazzini che si fanno le canne, ovviamente senza alcuna aspirazione o ideale.

In mezzo: attori solitamente bravi costretti a strillare istericamente banalità da supermercato, tanto per compiacere la critica; attori non bravi ma noti al grande pubblico che si arrangiano come possono, tanto per compiacere il pubblico; messaggi politici stracotti e confusi, tanto per contentare una certa corrente politica.

Poi c’è ancora chi si chiede il perchè del successo dei film di Pieraccioni. In confronto a questo scenario desolante, sono un antidoto.

Il monopolio della ragione

Odio profondamente quella categoria di persone, solitamente appartenente ad un preciso schieramento politico, convinte di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

“NOI siamo i buoni e VOI siete i cattivi”.

Teorema molto comodo che permette alle suddette persone di evitare di ragionare e di non confrontarsi mai con nessuno. E se non la pensi come loro, sei un delinquente, una persona spregevole, un poco di buono, un ignorante.

Già, proprio così, ignorante. Anche se loro, molto spesso, sono dei falsi acculturati. Leggono, sì, ma sempre le stesse cose, della stessa parte. Si informano, sì, ma sempre da quella famosa parte, tanto per cambiare.

Perchè non cercano nè vogliono la verità, anche se lo proclamano a gran voce. Vogliono solo trovare argomenti validi per sostenere le loro tesi.

In fondo è facile screditare sempre e comunque chi non la pensa come loro, piuttosto che aprire un confronto. È più facile fingere di pensare che pensare veramente; è più facile fingere di essere informati, che confrontare le informazioni; è più facile urlare di fronte a ciò che non si capisce, che ammettere “non lo so” e cercare di capire.

Facendo sempre e comunque sfoggio di un’arroganza intellettuale odiosa, ridicola e fuori luogo. Sempre intenti a guardare la pagliuzza nell’occhio del vicino, e ad occultare volutamente la trave che sta davanti al loro.

Ed io più mi guardo intorno, più sento questi slogan, questi discorsi da indottrinati e queste banalità da supermercato, più mi convinco che queste persone continueranno ad esserci e a proliferare.

Perchè sono buoni per tutte le stagioni. Muti come pesci quando non hanno tempo di leggere il loro giornalino preferito, sono costretti a barricarsi dietro una marea di slogan e luoghi comuni. Ritrovato il giornalino, lette le nuove “notizie-bomba”, assunti nuovi e aggiornati slogan che puzzano di marcio come e più dei vecchi, sono già pronti a ricominciare da capo.

Esercitando ogni giorno quell’arroganza intellettuale che è solo cemento fresco gettato sopra un mare di mediocrità.

Il caso Roman Polański

Dal passato non si fugge.

Quello che abbiamo fatto, o quello che abbiamo subito, sopravvive in noi e ci condiziona continuamente. Spesso, quando siamo convinti di essercelo lasciati alle spalle, ritorna, prepotente.

Roman Polanski deve saperlo bene.

Qualche anno fa diresse Il pianista, dal libro autobiografico di Władysław Szpilman, un pianista ebreo che, durante l’occupazione nazista della Polonia, finì rinchiuso nel ghetto di Varsavia, riuscì miracolosamente a fuggire e miracolosamente sopravvisse.

Era una doppia autobiografia. Nel ghetto di Varsavia, ancora bambino, c’era anche lui. Sopravvisse allo sterminio, mentre la madre finì nel campo di concentramento di Auschwitz. Continue reading ‘Il caso Roman Polański’

Il viaggio dell’eroe

Quante volte ci è capitato, guardando un film, di pensare: “Ma io questa cosa l’ho già sentita” oppure: “ma io questa cosa l’ho già vista” o ancora “questo film ha copiato quest’altro” ecc..

Sono sensazioni di dejà-vu piuttosto ricorrenti, tanto che viene da chiedersi il motivo di tutto quello che sembra essere un volgare copia&incolla tra sceneggiatori Hollywoodiani.

La risposta ci viene da un libro che Joseph Campbell scrisse nel 1947, L’Eroe dai mille volti. Campbell, mettendo a confronto miti e leggende provenienti da tutto il mondo, giunse alla conclusione che le storie epiche (l’”eroe” del titolo) seguono tutte un percorso già tracciato, con poche e significative varianti, in accordo con le Teorie di Jung sull’inconscio collettivo. Continue reading ‘Il viaggio dell’eroe’

The Elephant Man (e il suo finale)

TITOLO ORIGINALE: The Elephant Man
USA 1980
REGIA: David Lynch
ATTORI: Anthony Hopkins, John Hurt, Anne Bancroft, John Gielgud, Freddie Jones, Wendy Hiller, Hannah Gordon
GENERE: Dramm.
DURATA: 125′
FOTOGRAFIA: BN
Molti film, anche se non perfetti, medi o addirittura mediocri, contengono degli elementi particolarmente incisivi che fanno sì che questo rimanga nella memoria. Può essere un personaggio particolarmente carismatico, come l’ormai mitico Jack Sparrow interpretato da Johnny Depp nella serie Pirati dei Caraibi. Possono essere delle scene particolarmente virtuosistiche, vedi i titoli di testa del discontinuo Panic Room di David Fincher. Oppure un finale particolarmente spiazzante ed inaspettato, e qui ognuno può tirare fuori dal cilindro il suo personale Giallo o Thriller preferito.
Nel caso di The Elephant Man, secondo lungometraggio di David Lynch, genio visionario ed inclassificabile, è l’epilogo a far fare il salto di qualità ad un film che, pur essendo molto pregevole, diretto con stile classico (in BN)e recitato in maniera impeccabile, soffre in alcuni passaggi narrativi di una certa lentezza.

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ACTION HEROES – Steven Seagal (PARTE 2)

ACTION HEROES – Steven Seagal (PARTE 1 di 2 ) – Leggi la PARTE 1

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ATTORE O NO?
Anche se ineccepibile sotto il punto di vista degli incassi, la via del successo cinematografico si era rivelata lastricata di critiche, spesso feroci, sulle sue capacità di attore. Ovviamente ci sono anche delle eccezioni, la più illustre delle quali è rappresentata dal critico Americano Roger Ebert. Per quanto riguarda l’Italia, rimane famosa l’acida stroncatura di Morando Morandini ai tempi dell’uscita di Nico:
“Al suo confronto, in termini di recitazione, Chuck Norris sembra Laurence Olivier. “
Anche la Garzantina ci va giù pesante:
“esordisce come «giustiziere della notte» di rara inespressività nel ruolo di Nico (1988) di A. Davis e si ripete nel successivo Duro da uccidere (1990) (…). I titoli successivi (…) non lasciano dubbi sul suo monolitismo e non gli giovano neppure alcune variazioni”
Di certo non hanno giovato a Seagal il suo carattere e certi suo atteggiamenti durante il periodo di maggior successo. Tommy Lee Jones, finite le riprese di Trappola in alto mare, dichiarò che non avrebbe lavorato più con Seagal. Colm Feore, raffinato attore Irlandese che nel film interpretava uno dei cattivi, lo ha definito “Il peggior attore al mondo”. Sono ovviamente esagerazioni, però, se si guarda il suo film d’esordio, le critiche che sono state mosse all’attore sono a mio parere fondate. Seagal appare impacciato, spesso sembra stare in disparte, braccia conserte, spalle un pò curve, sguardo un pò smarrito, come se.. aspettasse il suo turno per dire la battuta, diciamo. Però poi è migliorato, e nei film successivi, specialmente Giustizia a tutti i costi e Programmato per uccidere, sembra aver trovato la chiave giusta per tenere la scena.
In fondo, al protagonista di un film d’azione non si chiede di recitare, ma di avere il carisma giusto per tenere la scena. E, al momento giusto, menare come non mai!
SFIDA TRA I GHIACCI: l’inizio della fine
Dopo Trappola in alto mare l’appeal commerciale di Seagal era al suo culmine. L’attore aveva carta bianca e poteva puntare ad un progetto più ambizioso, un action-movie che però andasse oltre il genere e contenesse significati più profondi e tematiche più sentite: inquinamento, denuncia dei capitalisti senza scrupoli, sostegno alle popolazioni indigene (in questo caso gli Esquimesi). In un intervista, infatti, l’attore dichiarò: “Nico era un film politicamente impegnato. Sfida tra i ghiacci era un film ecologista; voglio continuare a fare film come questi: pieni di intrattenimento ma che portano la gente a riflettere”. Per l’occasione, scrisse anche la sceneggiatura (ricalcandola sul modello offerto da Il viaggio dell’eroe di Chris Vogler), si occupò personalmente della regia e affidò la parte del cattivo ad un attore di grande classe come Michael Caine. Il risultato, Sfida tra i ghiacci, sarebbe stato disastroso.
Seagal regista appare assai meno convincente che come attore (il che è tutto dire) e firma uno dei peggiori action-movie usciti da Hollywood. Il risultato rasenta la comicità involontaria, e spesso ci sprofonda. Tanto impacciato e malriuscito quanto ambizioso e velleitario.
Il film andò incontro anche ad un clamoroso insuccesso al botteghino, che ridimensionò drasticamente la figura dell’attore. Il film successivo, Trappola sulle montagne rocciose (1995, di Geoff Murphy), è un evidente tentativo di recuperare consensi. Sempre nel tentativo di recuperare consensi, l’anno dopo accetta il ruolo di coprotagonista in Decisione critica, film ad alto budget diretto da Stuart Baird con protagonisti Kurt Russell e Halle Berry (non ancora star di Hollywood).
Nello stesso anno torna protagonista in Delitti inquietanti di John Gray, nel quale ha come spalla comica il nero Keenan Ivory Wayans, fratello di Damon e futuro regista di Scary Movie (2000).
L’anno successivo, ci riprova con l’action-movie ecologista Fire and Down Below – l’inferno sepolto (1997, di Felix Enriquez Alcala), ma il film è un altro insuccesso che spinge la Warner Bros. a non rinnovare il contratto all’attore.
Tutt’altro che demoralizzato, Seagal decide di produrre da solo il suo film successivo, The Patriot (1998, di Dean Semler), il suo primo film uscito direttamente per il mercato home-video. Sarebbe stato il primo di una lunga serie.
Ferite Mortali: il rinnovamento (?)
Ricucito in seguito il rapporto con la Warner, il nostro era pronto a tornare alla carica.
Nel frattempo, il cinema d’azione americano era radicalmente cambiato. Già negli anni precedenti si era fatta sentire l’influenza del cinema d’azione violenta di Hong Kong, prima attraverso i film, poi grazie proprio ai registi che erano stati gliartefici di quel movimento (John Woo, Tsui Hark, Ringo Lam). Ma, soprattutto, era uscito Matrix (1999, di Andy & Larry Wachowski), grande successo di pubblico prima e fenomeno di costume poi. L’azione, l’adrenalina si era moltiplicata, i legami con i generi che avevano creato l’action movie (il poliziesco e il noir) venivano estremizzati in un esasperante iperrealismo di stampo fumettistico e la complessità spettacolare dei combattimenti era arrivata livelli sconosciuti (in Occidente).
Seagal si trovò a dover stare al passo, accostando all’amato Aikido una nuova disciplina marziale, il Wing Chun (o Wing Tsun che dir si voglia), l’arte marziale da cui proveniva Bruce Lee, specializzata nello scambio di pugni nella breve e brevissima distanza. Ovviamente, trattandosi sempre di un uomo spropositatamente alto, i movimenti rimanevano assai più lenti di quelli dei suoi “concorrenti”, e l’uso dei calci più limitato.
Se sommate gli ingredienti sopra descritti e ci aggiungete la presenza di cantanti e musica Rap e Hip Hop (in questo caso DMX), per sfruttare la moda del periodo e portare al cinema un gran numero di afroamericani, otterrete Ferite Mortali, uscito nel 2001 e diretto dal polacco Andrzei Bartkowiak.
Il film fu un successo al botteghino e sembrò poter rilanciare la carriera di Seagal, che per l’occasione sembra essere in ottima forma fisica ed inizia a far sfoggio di un ingombrante parrucchino.
Dopo Ticker, diretto nello stesso anno da Albert Pyun e dove recita accanto a Dennis Hopper, torna sullo stesso genere con Infiltrato speciale (2002).
La ricetta è la stessa, dicevamo, cambia il rapper di riferimento, non più DMX ma Ja Rule, è cambiato il regista, non più il bravo Bartkowiak ma Don Michael Paul. La sceneggiatura, però, è pessima, e il pubblico non abbocca.
Di fronte a quest’ennesimo insuccesso, la Warner decide nuovamente di non rinnovare il contratto.
Divo da videonoleggio
Ormai invecchiato e fuori forma, “gagliardo sovrappeso e impettito con parrucchino” (M. Morandini su Out for Reach), Seagal si avviò quindi a diventare una ex-star, pronto a mettere il suo nome su decine di progetti usciti solo per il mercato dell’home video.
Ecco la lista: The Foreigner (2003, di Michael Oblowitz), Il vendicatore – Out for a Kill (2003, di Michael Oblowitz), Belly of the Beast – ultima missione (2003, di Siu Tung Ching), Enemy (2004, di Du-yeong Kim), Out for Reach (2004, di Po-Chih Leong), Into the Sun (2005, di Mink), Submerged (2005, di Anthony Huckox), Today you Die (2005, di Don E. FauntLeRoy), Black Dawn – Tempesta di fuoco (2006, di Alexander Gruszynski), Mercenary for Justice (2006, di Don E. FauntLeRoy), Shadow Man (2006, di Michael Keusch), Attack Force – La morte negli occhi (2006, di Michael Keusch), Flight of the Fury (2007, Michael Keusch), Urban Justice (2007, di Don E. FauntLeRoy), Pistol Whipped (2008, di Roel Reinè), Kill Switch (2008, di Jeff King), Against the Dark (2009, di Richard Crudo), Driven to Kill (2009, di Jeff King).
Nonostante qualche flebile tentativo di introdurre elementi di novità (in The Enemy interpreta il cattivo; in Against the Dark se la vede addirittura con dei vampiri!) i film risultano scontati e poco interessanti, con poche eccezioni.
Sempre il solito Morandini scrive, a proposito di Black Dawn – Tempesta di fuoco: ” (…) coprodotto da Seagal che, come star, non è tanto sul viale del tramonto quanto sprofondato nella notte buia.”
Ma attenzione, perchè, a sorpresa, Steven Seagal parteciperà al prossimo film di Robert Rodriguez, il regista di Sin City e Dal Tramonto all’alba. Il film si intitolerà Machete, ed è nato da uno dei finti Trailer del film Grindhouse. Chissà che il regista messicano non prenda il vizio, come Tarantino, di rilanciare star dimenticate (vedi John Travolta, Pam Grier e David Carradine)?

ATTORE O NO?

Anche se ineccepibile sotto il punto di vista degli incassi, la via del successo cinematografico si era rivelata lastricata di critiche, spesso feroci, sulle sue capacità di attore. Ovviamente ci sono anche delle eccezioni, la più illustre delle quali è rappresentata dal critico Americano Roger Ebert. Per quanto riguarda l’Italia, rimane famosa l’acida stroncatura di Morando Morandini ai tempi dell’uscita di Nico:

“Al suo confronto, in termini di recitazione, Chuck Norris sembra Laurence Olivier”.

Anche la Garzantina ci va giù pesante:

“esordisce come «giustiziere della notte» di rara inespressività nel ruolo di Nico (1988) di A. Davis e si ripete nel successivo Duro da uccidere (1990) (…). I titoli successivi (…) non lasciano dubbi sul suo monolitismo e non gli giovano neppure alcune variazioni”. Continue reading ‘ACTION HEROES – Steven Seagal (PARTE 2)’

ACTION HEROES – Steven Seagal (PARTE 1)

ACTION HEROES – Steven Seagal (PARTE 1 di 2 ) – Leggi la PARTE 2

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Ormai adulto, la sua passione per le arti marziali lo spinge ad emigrare nel paese del Sol Levante, per studiare l’Aikido, “la più complessa e spirituale tra le altre marziali” (parole sue). Qui si sposa con Miyako Fujitani, figlia del proprietario dell’Aikido Tenshin Dojo di Osaka, da cui avrà due figli, Ayako e Kentaro. La sua bravura nell’arte è tale che il dojo passa presto sotto la sua gestione.
Molti aneddoti e leggende riguardano il “periodo Orientale” di Seagal, primo tra tutti la ventilata collaborazione con la CIA al fine di liberare il Tibet dalla dittatura comunista. Episodio che lui, peraltro, non ha mai smentito.
Nel 1980 Seagal lascia il Giappone e la moglie, spronato pare dall’intento di diffondere l’Aikido e la religione buddista. Lavora per un periodo come consigliere militare nel Vietnam, come guardia del corpo del Presidente egiziano Sadat ed infine come cacciatore di taglie (!).
Nel 1982 decide di tornare in America e apre una palestra in California, la prima di una catena. Nel frattempo, Seagal cerca con decisione di entrare nel mondo del cinema. Il suo esordio è rappresentato dalla direzione delle scene di lotta del film L’Ultima Sfida (1982, di John Franheimer con Toshiro Mifune e Scott Glenn). Successivamente diviene istruttore personale di Sean Connery, sul set di Mai dire Mai (1983),dove ha anche l’”occasione” di spezzare involontariamente un polso all’attore.
Nel 1984 conosce e sposa Adrienne La Russa, ma il matrimonio verrà annullato per bigamia, poichè Seagal non aveva ancora divorziato legalmente da Miyako Fujitani, che lo aveva anche accusato di maltrattamenti. Il divorzio avverrà nel 1986, ma nel frattempo il rapporto con La Russa si è deteriorato. Si sposerà per la terza volta nel 1987 con Kelly Le Brock, la “Signora in Rosso” di cui era stato guardia del corpo. Il loro matrimonio durerà fino al 1996 e insieme avranno altri 3 figli: Annaliza, Dominick e Arissa.
1988-1992: Il Successo
La svolta arriva nel 1988, quando il suo allievo Michael Ovitz, potente agente della Warner Bros, rimane colpito dalla sua maestria nelle Arti Marziali nonchè dalla sua figura “fuori misura”: un metro e novantotto d’altezza, fisico asciutto e un’agilità impressionante, data la sua mole. Dopo un rapido provino, la Warner Bros. decide di provare a lanciarlo come nuovo divo dell’action-movie.
Nel 1988 esce Nico, in cui Seagal collabora anche come sceneggiatore insieme al regista Andrew Davis. Il film è un successo, la Warner decide di dare fiducia al nuovo attore e due anni dopo escono, in rapida successione, Programmato per uccidere (1990, di Dwight H. Little), Duro da uccidere (1990, di Bruce Malmuth), Giustizia a tutti i costi (1991, di John Flynn), che sono altrettanti successi al botteghino.
La Warner decide quindi di chiamare l’attore per un film ad alto Budget, Trappola in alto mare (1992), diretto da Andrew Davis, accanto ad un attore del calibro di Tommy Lee Jones, qui nei panni del cattivo psicopatico di turno. Il film, che si inserisce nel filone inaugurato da Die Hard – Trappola di cristallo (1988), ovvero eroe-solo-contro-tutti, ottiene un grande successo di pubblico e rappresenta l’apice della carriera di Steven Seagal.
Lo stile
Voglio spendere qualche parola, un pò generica, sui contenuti e lo “stile” dei film interpretati da Seagal, che rappresentano un caso un pò particolare nella categoria dell’action-movie.
Partiamo innanzitutto nelle scene d’azione. Molti sono stati gli “artisti marziali” prestati al cinema e tutti, a partire dal più famoso di loro, Bruce Lee, fanno sfoggio di doti atletiche e straordinarie acrobazie, vedi anche i vari Chuck Norris, Jackie Chan, Jet Li; nei film interpretati da Seagal, non c’è nulla di tutto ciò. Oltre alla stazza, che effettivamente gli impedisce le spettacolari evoluzioni dei colleghi, ciò è dovuto anche all’arte marziale in cui Seagal si è specializzato, l’Aikido, basato unicamente su schivate e prese articolari che si concludono in una immobilizzazione.
Alla spettacolarità coreografica, allora, si sostituisce la violenza, certamente meno raffinata, ma pur sempre efficace: colpi proibiti, nasi rotti, ossa spezzate e addirittura bulbi oculari spappolati.
Quest’uso insistito della violenza ha contribuito anche alla creazione del suo personaggio, che Seagal mantiene per (quasi) tutti i suoi film e di cui cambia solamente pochi elementi caratterizzanti. Una specie di Superman esperto in arti marziali, impermeabile ai dubbi e alle emozioni ed invincibile (vedere il duello finale di Giustizia a tutti i costi per rendersene conto) che, per ferocia, rivaleggia paradossalmente con i “cattivi”.
Un personaggio che, significativamente, non subisce durante il film alcun mutamento o maturazione, e tutto ciò in controtendenza alle “regole” Hollywoodiane.
Per visualizza la seconda parte, clicca qui.

Steven Seagal è un attore, sceneggiatore, regista, voce e chitarra degli Steven Seagal Enterprises (!), vicesceriffo nella contea di Jefferson Parish in Louisiana, buddista sostenitore della causa Tibetana, attivista per i diritti degli animali, attivista per la causa dei nativi Americani, ex-stuntman, ex-guardia del corpo, ex-consigliere militare, ex-cacciatore di taglie, nonchè autentica leggenda nel mondo delle arti marziali in quanto cintura nera 7° Dan di Aikido e primo (e finora unico) Occidentale a dirigere un dojo di arti marziali in Giappone.

Nasce a Lansing, nel Michigan, il 10 Aprile 1951. La famiglia Seagal è formata dal padre Stephen, insegnante, dalla madre Patricia, infermiera, e da tre sorelle, una maggiore due minori. Insieme si trasferiscono Fullerton, in California, quando Steven ha solo cinque anni, e proprio a quest’età inizia a praticare il Karate dopo aver assistito ad una esibizione.

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(AUTO)PRESENTAZIONE DEL BUON FABIO…

Salve, sono Il buon Fabio e questo è il mio primo intervento su questo sito.

Primo articolo reso necessario per spiegare in sintesi di cosa intendo parlare, visto che l’articolo di presentazione scritto dal mio amico “Lo Zio” (che Dio lo strafulmini) non era propriamente il commento di elogio a cui un collaboratore possa ambire.

Ma in fondo io e Lo Zio siamo legati da questo rapporto di amicizia un pò speciale, che si arricchisce ogni giorno di nuove pagine e di esempi assai sinceri di “odio-amore” (considerate doppie le virgolette).

Poichè anch’io, come Lo Zio, sono assai pigro (ma almeno io non faccio finta di non esserlo), riprenderò il primo articolo del mio blog e lo trasformerò nel nuovo articolodi presentazione di questo sito.

Lo Zio, mi ha concesso la bella possibilità di condividere qualche mio punto di vista e qualche mia impressione personale ad un’utenza abbastanza elevata. In fondo  ognuno di noi ha dentro qualcosa che vuole esprimere, siano esse considerazioni, emozioni, interessi, hobby, ecc… Sono un pò narcisista ed egocentrico, lo ammetto. Ma solo un pochino.

Di che cosa parlerò?

… BOH! Diciamo di quello che mi passerà per la testa.

La mia grande passione è il cinema, in qualunque suo genere e forma, quindi credo proprio la maggior parte degli articoli gli saranno dedicati. Senza dimenticare libri & fumetti, potrei scrivere anche qualcosina su alcune discipline come la pesistica e il jogging, altre due mie passioni.

Cercherò di evitare la politica, non perchè l’argomento non mi interessi, tutt’altro, ma perchè trovo che sia un argomento un pò troppo complesso e di parte, e quindi meglio sorvolare. Le mie convinzioni cercherò di tenerle per me, a meno che non sia qualche avvenimento importante a convincermi a cambiare idea.

Inoltre tenete conto che Lo Zio è un editor assai dispotico e dittatoriale. (E qui vi lascio immaginare).

Per ora direi che può bastare,

Un saluto affettuoso da  “Il Buon Fabio”.

OH BUON FABIO, AIUTACI TU !

In una società dove  non possedere un  opinionista che dice qualche cazzata qua e la significa non essere degni di attenzione, come poteva Lo Zio non procurarsene uno?

L’acquisto in questione entrerà a far parte di questo piccolo sito web nella speranza di aggiungere qualche argomentazione in più rispetto alle precedenti.

(In realtà non scrivo nulla e ho bisogno che qualcuno lo faccia per me dato chè pago il dominio!. Mi raccomando, zitti eh…)

Lo Zio è quindi lieto di presentarvi con grande felicità “Il buon Fabio“, nuovo acquisto affetto da inverosimili manie giornalistiche e opinionistiche cinematografiche.

Ora sta a  voi giudicare quest’uomo, io lo faccio ogni giorno.

AGGIORNAMENTO SITO IN CORSO

Mi scuso per i disagi di visualizzazione , SITO IN FASE DI AGGIORNAMENTO.

Entro pochi giorni (si spera) tutto tornerà come prima !